La crescente disponibilità di tecnologie di intelligenza artificiale per il riconoscimento facciale ha portato alcune amministrazioni comunali a pianificarne l’adozione per motivi di sicurezza, in zone particolarmente critiche delle rispettive città.
Nel settore della pubblica sicurezza, le tecnologie di riconoscimento facciale funzionano abbinando le immagini facciali di un individuo ad un predefinito database di volti (c.d. watch list) allo scopo di identificare in modo univoco una persona.
Ma quest’esigenza di sicurezza può prevalere sulla riservatezza delle persone?
Sull’argomento ItaliaOggi ha dedicato un approfondimento, a firma di Antonio Ranalli, intervistando alcuni professionisti. Tra questi anche il nostro founding partner Pietro Montella, esperto in materia di privacy e nuove tecnologie.
Per l’Avv. Pietro Montella «L’acquisizione di dati personali mediante tecniche di riconoscimento facciale solleva la delicata questione del bilanciamento tra il diritto alla riservatezza, da un lato, e il diritto alla sicurezza, dall’altro. Negli ultimi tempi, con il progredire della tecnologia, l’Autorità Garante Privacy si è pronunciata con sempre maggior frequenza sull’utilizzo di tali sistemi per finalità di prevenzione e repressione dei reati (si pensi, a titolo esemplificativo, al parere negativo reso sul sistema Sari Real Time): il rischio, come più volte paventato, è una pericolosa evoluzione della natura stessa dell’attività di sorveglianza, che segnerebbe un passaggio dalla sorveglianza mirata di alcuni individui alla possibilità di sorveglianza di massa. È proprio a causa della loro forte interferenza con la vita privata delle persone che la normativa in materia di privacy stabilisce rigorose cautele per i trattamenti di dati biometrici, i quali devono trovare giustificazione in una adeguata base normativa, senza tralasciare il rispetto dei principi contemplati dal GDPR, tra i quali figura la minimizzazione del dato.».
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